Vibe coding: cos’è, come funziona e quali rischi ha

Il vibe coding permette di creare software dialogando con l’intelligenza artificiale. Ecco come funziona, cosa si può costruire e quali rischi non bisogna delegare all’AI.

Vibe codingPubblicato il 26 agosto 202611 min di lettura
Vibe coding: cos’è, come funziona e quali rischi ha

Il vibe coding è un modo di creare software descrivendo a un’intelligenza artificiale ciò che si vuole ottenere, osservando il risultato e guidando le correzioni attraverso una conversazione. L’utente lavora soprattutto su requisiti, esempi e feedback; l’AI genera o modifica il codice, esegue operazioni e prova a risolvere gli errori.

La definizione più estrema implica quasi dimenticarsi che il codice esista. È anche il punto che genera più equivoci. Creare una schermata funzionante senza leggere JavaScript non significa aver eliminato architettura, sicurezza, database e manutenzione. Significa che una parte di quel lavoro è stata delegata a un sistema che produce codice molto più velocemente di quanto un non programmatore potrebbe scriverlo, ma che non si assume la responsabilità del risultato.

Il vibe coding funziona bene per prototipi, strumenti interni e applicazioni con confini chiari. Può arrivare in produzione, ma più aumentano utenti, dati sensibili e conseguenze degli errori, meno è ragionevole “andare a sensazione”.

Che cos’è il vibe coding

Il vibe coding è una forma di sviluppo assistito dall’AI in cui l’interazione principale avviene in linguaggio naturale invece che attraverso la scrittura manuale di ogni riga di codice.

Il termine è stato reso popolare da Andrej Karpathy nel febbraio 2025. La sua descrizione originale riguardava un flusso molto libero: parlare al modello, accettare le modifiche, eseguire il software, incollare gli errori e continuare finché il risultato non funziona. Era un’osservazione su piccoli progetti sperimentali, non una metodologia aziendale certificata.

Da allora l’espressione è diventata più ampia. Oggi viene usata sia per piattaforme visuali come Lovable, che generano applicazioni partendo da una chat, sia per agenti come Claude Code e Codex, capaci di lavorare direttamente in una base di codice, eseguire test e preparare modifiche da revisionare.

Questi strumenti non fanno tutti la stessa cosa. Metterli sotto un’unica etichetta è comodo per parlarne, ma poco utile quando si deve scegliere come costruire un prodotto.

Come funziona il vibe coding

Il vibe coding funziona come un ciclo ripetuto di intenzione, generazione, verifica e correzione.

Si parte da una richiesta: “crea un’area clienti con accesso, elenco dei progetti e possibilità di allegare file”. L’AI interpreta la richiesta, sceglie una struttura e genera l’interfaccia e la logica necessarie. L’utente prova ciò che è stato prodotto e descrive la differenza tra il comportamento attuale e quello desiderato.

Il passaggio più importante non è il primo prompt. È la capacità di ridurre un’idea ambigua in requisiti verificabili. “Fammi un gestionale semplice” lascia quasi ogni scelta al modello. “Ogni account può vedere soltanto i propri progetti; un amministratore può invitare utenti; i file accettati sono PDF fino a 10 MB” permette di controllare il risultato.

Nei tool visuali l’ambiente si occupa spesso di anteprima, hosting, database e deploy. Negli agenti che lavorano su repository, l’AI legge i file esistenti, propone una modifica, esegue comandi e test e lascia all’utente la revisione. La documentazione ufficiale di Codex insiste sul controllo umano di ciò che viene distribuito: l’agente può arrivare a codice testato e pronto per la revisione, ma la decisione di pubblicarlo rimane al team.

Vibe coding, no-code e sviluppo assistito non sono sinonimi

Il vibe coding usa l’AI come principale interfaccia di sviluppo; il no-code compone elementi predefiniti; lo sviluppo assistito mantiene il programmatore dentro il codice.

Approccio Interfaccia principale Chi decide l’architettura Controllo sul codice Caso tipico Vibe coding visuale Conversazione e anteprima Tool + utente Basso o medio MVP, portale, strumento interno No-code tradizionale Blocchi, workflow e configurazioni Piattaforma Basso Form, automazioni, database semplici AI coding agent Prompt, repository e terminale Developer + agente Alto Prodotto esistente, refactoring, test Sviluppo tradizionale IDE e codice Team tecnico Massimo Sistemi complessi o regolamentati

Il confine è mobile. Una persona può iniziare con Lovable, esportare il progetto, affidare alcune attività a Codex e chiedere a uno sviluppatore di revisionare autenticazione e pagamenti. Il processo non smette di essere assistito dall’AI; diventa semplicemente più controllato.

La distinzione più utile non è quindi “AI oppure programmatore”. È capire chi può verificare le decisioni prese dal sistema e chi risponde degli errori.

Quali strumenti si usano per il vibe coding

Gli strumenti di vibe coding si dividono soprattutto tra builder visuali e agenti che lavorano sul codice.

Lovable è adatto a chi vuole descrivere un’applicazione e vederla apparire nel browser, con un percorso rapido dalla richiesta al deploy. Replit e altri ambienti cloud uniscono conversazione, codice ed esecuzione. Cursor porta l’assistenza AI dentro un editor. Claude Code e Codex lavorano invece su repository e terminale, possono leggere più file, modificare il progetto ed eseguire test.

La scelta dipende da dove si parte. Chi non ha una base di codice e vuole validare un’idea trae vantaggio da un builder. Chi possiede già un SaaS con migrazioni, test e pipeline di distribuzione ha bisogno di un agente che rispetti la struttura esistente e produca modifiche revisionabili.

Il tool non risolve automaticamente la mancanza di requisiti. Un agente più potente può eseguire più operazioni, ma può anche propagare più velocemente una decisione sbagliata.

Cosa si può costruire con il vibe coding

Con il vibe coding si possono costruire siti, applicazioni web, dashboard, piccoli SaaS, prototipi e strumenti interni, purché il problema possa essere descritto e verificato in modo sufficientemente chiaro.

I risultati migliori arrivano quando il dominio è noto all’utente. Se conosci bene il processo commerciale della tua azienda, puoi descrivere stati, eccezioni e permessi di un CRM interno anche senza sapere implementare un database. Non conoscere il codice non equivale a non conoscere il problema.

Ho applicato questo principio costruendo Betask, un task manager con l’AI. Per arrivare a un’app con autenticazione, database, calendario e drag and drop ho consumato circa 30 crediti sui 70 disponibili nel piano che stavo usando. Il dato interessante non è il numero in sé: è che la maggior parte delle iterazioni non serviva a “scrivere codice”, ma a correggere interpretazioni, interfaccia e comportamento.

La mia esperienza con Betask mi ha convinto di una cosa: nel vibe coding il requisito è già una parte del prodotto. Una frase vaga non produce soltanto una risposta vaga; può creare tabelle, permessi e flussi che diventano costosi da cambiare quando il progetto cresce.

Serve saper programmare?

Non serve saper programmare per creare il primo prototipo, ma serve competenza tecnica per valutare un sistema che gestisce dati, denaro o processi importanti.

Un non sviluppatore può controllare ciò che vede: il form invia i dati, il calendario sposta un’attività, l’email arriva. È più difficile verificare ciò che non appare nell’interfaccia: un utente può leggere dati di un altro account? Le chiavi API sono esposte? Il backup viene eseguito? Una richiesta ripetuta genera due pagamenti?

Questo sposta il ruolo del programmatore. Scrivere ogni riga a mano diventa meno centrale; definire l’architettura, individuare i rischi, costruire test e revisionare le modifiche diventa più importante. Una ricerca accademica del 2025 sul vibe coding come programmazione conversazionale arriva a una conclusione simile: la competenza non scompare, si redistribuisce verso gestione del contesto, valutazione rapida e scelta del momento in cui passare dall’interazione con l’AI alla modifica manuale.

Per un prototipo usa e getta, questa soglia può essere bassa. Per un e-commerce o un SaaS che conserva dati di clienti, la soglia deve essere molto più alta.

I rischi reali del vibe coding

I rischi principali sono sicurezza, dipendenza dall’architettura generata, debito tecnico e falsa fiducia prodotta da un’interfaccia che sembra funzionare.

Il rischio più subdolo è confondere il test felice con la qualità. Ti registri, crei un record e lo ritrovi: la demo funziona. Non hai però verificato cosa succede con due utenti contemporanei, con un allegato malevolo, con una rete lenta o con una migrazione incompleta.

Un altro problema è l’accumulo di correzioni locali. Se ogni errore viene risolto con “fixa questo” senza comprendere la causa, l’agente può aggiungere eccezioni e duplicazioni. Il prodotto continua a muoversi, ma ogni nuova funzione rompe qualcosa di precedente. È debito tecnico generato a velocità AI.

C’è poi la dipendenza dal fornitore. Alcuni builder gestiscono database, autenticazione e deploy attraverso componenti propri. È comodo finché i limiti economici e tecnici coincidono con il progetto. Prima di investire mesi conviene capire se il codice è esportabile, dove risiedono i dati e come si effettua una migrazione.

Infine ci sono privacy e proprietà intellettuale. Prima di inviare codice, documenti o credenziali a un servizio bisogna conoscere le condizioni del piano utilizzato e le impostazioni di conservazione dei dati. Le condizioni cambiano tra prodotti consumer, team ed enterprise; non è corretto estendere la promessa di un piano a tutti gli altri.

Come fare vibe coding senza costruire un problema

Per usare il vibe coding in modo serio bisogna trasformare la conversazione in un processo verificabile.

Il punto di partenza è un documento dei requisiti breve ma preciso. Deve chiarire utenti, permessi, dati, azioni ed eccezioni. Non serve imitare un capitolato da cento pagine; serve rendere osservabile che cosa significa “funziona”.

La costruzione dovrebbe procedere per blocchi piccoli. Prima autenticazione e separazione degli account, poi il flusso principale, infine integrazioni e rifiniture. Dopo ogni passaggio si verifica ciò che è stato aggiunto e ciò che potrebbe essersi rotto.

Quando il tool permette di vedere il codice, vale la pena chiedere test automatici e farli eseguire. Un test non garantisce qualità, ma trasforma una promessa in un controllo ripetibile. Per pagamenti, ruoli, dati personali e operazioni irreversibili serve una revisione competente, indipendentemente da quanto convincente sia la demo.

Bisogna inoltre mantenere il controllo degli asset: repository, dominio, database, account dei provider e backup. Un prodotto aziendale non dovrebbe esistere soltanto dentro una conversazione che nessuno sa ricostruire.

Dal prototipo alla produzione

Il passaggio dal prototipo alla produzione avviene quando il progetto smette di dimostrare un’idea e comincia a produrre conseguenze per utenti reali.

Prima di quel passaggio bisogna verificare autenticazione, autorizzazioni, gestione degli errori, backup, logging, costi e possibilità di ripristino. Se sono presenti pagamenti vanno controllati idempotenza e webhook. Se ci sono dati personali, servono una base giuridica, tempi di conservazione e strumenti per esercitare i diritti previsti.

La linea non dipende dal numero di righe di codice. Un piccolo form che raccoglie dati sanitari può richiedere più controllo di una grande demo pubblica priva di account.

La mia regola pratica è questa: puoi usare il vibe coding per ridurre drasticamente il tempo necessario a costruire, non per ridurre la responsabilità di chi pubblica. Prima si arriva al prodotto, prima bisogna anticipare i controlli che normalmente comparivano più avanti.

Il vibe coding sostituirà i programmatori?

Il vibe coding non elimina il lavoro di sviluppo; riduce il costo di trasformare alcune intenzioni in software e aumenta il numero di persone che possono iniziare un progetto.

È ragionevole aspettarsi meno lavoro manuale su scaffold, componenti ripetitivi e modifiche ben descritte. Allo stesso tempo cresce il bisogno di chi sappia valutare architettura, sicurezza, prestazioni e manutenzione. La documentazione OpenAI presenta gli agenti di coding come strumenti che preparano modifiche testate e revisionabili mentre gli ingegneri mantengono il controllo su ciò che viene distribuito, non come sostituti automatici della responsabilità tecnica.

La conseguenza più interessante potrebbe essere un’altra: molte applicazioni che prima non sarebbero state costruite perché troppo piccole o specifiche diventano economicamente sensate. Un reparto può creare un tool per un processo interno senza avviare un progetto software tradizionale di sei mesi. Alcuni prototipi moriranno; altri richiederanno sviluppatori proprio perché hanno trovato utenti.

FAQ sul vibe coding

Vibe coding cos’è?

Il vibe coding è un metodo di sviluppo in cui descrivi a un’AI l’applicazione o la modifica desiderata, provi il risultato e continui a guidare il sistema attraverso feedback in linguaggio naturale. Il codice viene prodotto principalmente dall’AI.

Cosa significa vibe coding?

Letteralmente richiama l’idea di programmare “seguendo le sensazioni”, senza concentrarsi sul codice sottostante. Nell’uso attuale indica più in generale la creazione di software attraverso una conversazione con modelli e agenti AI.

Come iniziare con il vibe coding?

Conviene partire da un problema piccolo, scrivere utenti, dati, azioni e criteri di successo, poi costruire una funzione alla volta. Un builder visuale è adatto a un progetto nuovo; un coding agent è più indicato quando esiste già un repository.

Quali sono i migliori strumenti per il vibe coding?

Non esiste un migliore in assoluto. Lovable e altri builder visuali privilegiano l’avvio rapido; Cursor, Claude Code e Codex danno più controllo a chi lavora su codice e repository. La scelta dipende dal progetto e dalla capacità di revisionare il risultato.

Il vibe coding è sicuro?

Non per definizione. La sicurezza dipende da architettura, dipendenze, gestione delle credenziali, permessi e verifiche. Un’app generata dall’AI deve essere sottoposta agli stessi controlli richiesti a qualsiasi altro software con lo stesso livello di rischio.

Posso pubblicare un’app creata con l’AI?

Sì, se le condizioni del servizio lo consentono e se l’applicazione è stata verificata in proporzione ai rischi. Essere tecnicamente pubblicabile non significa essere pronta a gestire clienti, pagamenti o dati sensibili.

Il codice è più facile, la responsabilità no

Se ricordi una sola cosa di questo articolo, ricorda questa: il vibe coding abbassa la barriera per costruire software, ma non abbassa automaticamente quella necessaria per pubblicarlo bene. Più l’AI accelera la generazione, più diventano importanti requisiti, test e controllo degli asset.

Usalo per trasformare più velocemente un’idea in qualcosa che puoi provare. Quando quel qualcosa entra nella vita di clienti o colleghi, smetti di andare a sensazione e comincia a trattarlo come un prodotto.


Se vuoi partire con un progetto guidato, il corso gratuito su Lovable e vibe coding mostra come passare dall’idea a un’applicazione senza dare per scontati API, database e pubblicazione.

Newsletter · Lovable & vibe coding

Vibe coding per chi fa marketing.

Come costruisco siti, tool e MVP con Lovable e l'AI: workflow reali, errori inclusi, una volta a settimana.

Iscrivendoti alla newsletter di Marco Salvo riceverai contenuti, aggiornamenti e comunicazioni sui miei corsi e servizi dedicati a SEO, AI e digital marketing. Puoi disiscriverti in qualsiasi momento. .

L'autore
Marco Salvo — consulente SEO, GEO, AEO

Marco Salvo

Consulente SEO · GEO · AEO

Scrivo di SEO, GEO e AEO da chi la SEO la fa ogni giorno per ecommerce e professionisti. Niente teoria da manuale: quello che leggi qui è quello che uso sui progetti dei miei clienti.

Pubblicato il 26 agosto 2026Chi sono →Tutti gli articoli →